La mostra con l'Annunciazione di San Giovanni Valdarno è risultata la seconda in Italia per numero di visitatori nel 2009

La mostra Beato Angelico. L’alba del Rinascimento, curata da Alessandro Zuccari, Giovanni Morello e Gerardo de Simone, si è conclusa lo scorso 5 luglio. Come abbiamo già scritto il Museo della Basilica di Santa Maria delle Grazie aveva concesso in prestito l’Annunciazione su tavola, che è stata al centro della esposizione ed è stata utilizzata come immagine principale, sia nel percorso espositivo che nella comunicazione. Questo grazie alla volontà dei curatori, come affermato da Gerardo De Simone, di voler fare riguadagnare a questa opera, finora la più trascurata e meno studiata tra le Annunciazioni su tavola dell’Angelico, il prestigio e l’attenzione che le competono. La mostra è stata la più grande dedicata al Beato Angelico fin dal 1955, quando si era tenuta la monografica che aveva come sedi il Vaticano e Firenze. Da allora mai era stata riorganizzata una raccolta imponente e significativa come quella appena conclusasi nei Musei Capitolini. La mostra anche per questo e, è giusto sottolinearlo, per la presenza della Annunciazione di San Giovanni Valdarno, che risultava essere poco conosciuta e quindi una fonte di grande interesse per studiosi e pubblico, ha avuto un enorme successo; i visitatori sono stati circa170.000, con una media di 2.700 ingressi giornalieri, facendola diventare rapidamente la seconda mostra in Italia per afflusso di pubblico (rilevazione del Ministero Beni Culturali). Giusta si è rivelata la scelta della Castelnuovese di finanziare il restauro dell’opera per permettere che essa fosse trasportata a Roma. Da questa iniziativa si avranno sviluppi importanti per il Valdarno e per il Museo della Basilica, il più importante della vallata.
La Mostra si è tenuta a conclusione delle celebrazioni per il 550° anniversario della morte del Beato Angelico, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana e promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione, Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma, il Comitato Nazionale per i 550 anni della morte del Beato Angelico e Zètema Progetto Cultura.
Nel catalogo della mostra Maurizio Calvesi ricostruisce il profilo biografico dell’artista, molto interessante per il nostro territorio: se Vasari creò una leggenda agiografica intorno a Beato Angelico, Calvesi però ci ricorda che il pittore aveva fatto studi tomistici e che la sua arte intesa come predicazione dipinta era densa di sfumature teologiche.
La scelta di fra’ Angelico indubbiamente fu diversa da quella di un altro artista suo contemporaneo, fra’ Filippo Lippi che, invece, fuggì con una giovane suora e smise il saio. Peraltro senza che questo pregiudicasse la sua carriera di pittore di immagini sacre. Papi, cardinali e principi, a quell’epoca, non vedevano affatto sconveniente che a dei “libertini” fossero commissionate le più importanti immagini sacre. Gli ordini minori, come insegna la storia di molti letterati e artisti fra Medioevo e Rinascimento, si prendevano perlopiù per avere di che vivere. Ma l'Angelicus Pictor, come fu subito nominato, si tramanda che avesse fede fervente e quella aureola che gli fu da subito assegnata è stata un ingombro non di poco conto alla lettura della sua opera. Una gran quantità di studi e acquisizioni recenti che (confermate dalle indagini riflettografiche di alcune opere realizzate dalla Normale di Pisa) oggi ci permettono di mettere a fuoco la figura di Beato Angelico come pittore di grande respiro pienamente inserito nel dibattito sulla prospettiva e sull’evoluzione dell’immagine del Quattrocento, capace di cimentarsi con le più diverse tecniche e aperto alla rivoluzione espressiva di un artista più giovane di lui di 15 anni, come Masaccio. Un artista inserito nel suo tempo e in transito fra tradizione e innovazione, passato da una concezione di una “natura naturata”, cioè immobile come Dio l’ha creata, a una rappresentazione della natura come divenire e come energia vitale, aprendo la strada alla dinamica veduta del Valdarno che un giovane Leonardo avrebbe tracciato nel 1473 nella sua Gioconda. 
 


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